PITTI 92 – STILE COLONIALE & HAWAIANO

Lo stile coloniale è stato introdotto nella moda nel 1986, quando Yves Saint Laurent fece sfilare in passerella la famosa giacca da safari, anche detta sahariana, disegnata proprio sul modello degli abiti dei coloni africani dell’Ottocento.

Storicamente con l’avvento del colonialismo, nessuno si pose la domanda se sia vantaggioso adottare i costumi del luogo. La cosiddetta moda etnica è ben al di là dal venire e resta qualcosa di completamente diverso dal coloniale. All’epoca dei vari imperi d’Oltremare è invece necessario che le differenze siano ben visibili anche nell’abbigliamento. Deve essere inequivocabile capire chi comanda e chi obbedisce. Sono concezioni aberranti, se lette con la mentalità contemporanea, ma storicamente inconfutabili. Per parecchi aspetti, quello coloniale è uno stile ad hoc, una trasposizione di stilemi occidentali in contesti esotici. Nel Sud del mondo la giacca europea si trasforma quindi in sahariana. Acquista certamente una maggiore confortevolezza formale, non rinuncia a tessuti più leggeri e freschi, si dota di dettagli tecnici ante litteram, come le tasche applicate, ma resta pur sempre una giacca che in patria si definirebbe genericamente “sportiva”. Nell’ epoca colonialista quindi, si attraversano deserti, foreste e acquitrini vestiti come per una passeggiata estiva nelle campagne del Lancastershire. Lo stesso principio si applica in automatico anche a blouson, camicie e gilet che abbondano anch’essi di tasche applicate e si portano virilmente aperti sul petto, magari con un fazzoletto di seta al collo, che assorbe il sudore ma va anche tanto di moda tra i dandy di Londra o Parigi. Stesso discorso per gli accessori. Anche il panorama cromatico è, per così dire, categorico. Nessuno disprezza il bianco, ma in generale lo stile coloniale si attiene in modo quasi ostinato a quella gamma di sfumature neutrali/naturali delle terra che vanno dal beige al kaki, dal sabbia al seppia. Al massimo si arriva al cuoio o al marrone corteccia, come se ci volesse mimetizzare con il paesaggio. Sappiamo però che a un certo punto, abbastanza di recente in verità, il coloniale compie il percorso inverso e approda in Occidente, per così dire: «It comes back to town». E diventa Moda con la M maiuscola, a partire dal suo capo paradigmatico, ovvero la sahariana. Sono i corsi e i ricorsi, quelli della storia e dello stile, per i quali evidentemente non c’è mai un tempo limite. È così che girando tra i padiglioni di Pitti Immagine arrivato alla 92′ edizione troviamo un importante ritorno proprio dello stile coloniale sia per uomo che per donna.

Il ritorno di tendenze che hanno segnato decenni continua e in questa stagione un altro capo immancabile è la camicia Hawaiana-  L’Aloha shirt o Waikiki, questo il suo nome originale, è prima di tutto simbolo d’integrazione multi-etnica. La parola “Aloha”, infatti, per gli abitanti del posto non rappresenta solo un semplice saluto, ma anche un modo per indicare accoglienza e appartenenza.
Negli anni ‘30 (periodo in cui si fa risalire la nascita di questo tipo d’indumento), le Hawaii erano un melting pot di diverse culture: giapponesi, portoghesi e filippini lavoravano duramente nelle vaste piantagioni di canna da zucchero presenti sulle isole.
La camicia è frutto della mescolanza di queste differenti etnie: la forma morbida e destrutturata ricordava quella dei Kimoni giapponesi; il tessuto fresco e leggero di seta proveniva dalla Cina; il giallo ed il rosso erano i colori più usati per il Kapa, l’abito tradizionale hawaiano e le grafiche raffiguranti uccelli tropicali e fantasie floreali erano tipici di quelle terre.

Il pioniere delle camicie Aloha fu un mercante cinese di nome Ellery Chun, che negli anni ‘30 registrò il marchio “Aloha shirt” ed incominciò a venderle nel suo negozio di Honolulu, principalmente alla popolazione locale.
Ma è attorno agli anni ’50, con Alfred Shaheen, un industriale hawaiano di origine albanese, che le camicie hawaiane diventano famose in tutto il mondo.

Grande merito per l’ampia diffusione di entrambi gli stili viene certamente dal cinema.

Tante sono le star che hanno indossato capi appartenenti a questi stili in film, serie televisive e videoclip.
Se ci si ferma a pensare, infatti, sono convinto che a chiunque venga in mente almeno un film, in cui ha visto un attore con indosso una camicia hawaiana ad esempio, che sia nel ruolo di un americano in vacanza, un giovane scapestrato o un gangster malfamato.

Indagando strade che portano talvolta ad una moda più di nicchia dove la ricerca del dettaglio, del pezzo pregiato, del cimelio che da ispirazione alla nascita di nuovi prodotti o addirittura a tendenze che recuperano semplicemente qualche ispirazione da questi stili troviamo personaggi davvero interessanti e innovativi. È certamente il caso di Angelo Gallamini, che da qualche stagione ha aperto i suoi orizzonti e le sue braccia raccogliendo nuovi personaggi e idee che seppur diverse, trovano grande affinità di stile.

Molto interessante trovo la strada percorsa da tutti coloro che in piccolo cercano di distinguersi e creare qualcosa di originale. Capi dipinti a mano, stoffe dal sapore etnico che si trasformano in qualcosa di più, una gioiosa reinterpretazione del mondo marinaro e dei pirati ad esempio. Amici conosciuti tra i padiglioni in questi anni che continuano a percorrere strade a volte tortuose e sconnesse ma sempre con il grande amore per la moda!

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